Vivere e lavorare in Cina è bellissimo e stressante al tempo stesso. È costruttivo e affascinante, ma anche complesso. Porta con sé lati “negativi” o per meglio dire nuovi e sconosciuti, a cui bisogna essere pronti.
Ho voluto scrivere questo articolo perché grazie alle vostre domande mi sono chiesta “mi avrebbe aiutata conoscere questi aspetti culturali?” e la risposta è stata sì. Avrei affrontato tutto in maniera diversa, con meno ansie forse, e sicuramente con meno preoccupazioni.
Questo articolo è per aiutarti a capire aspetti culturali di cui si parla poco, che quello che si vede su instagram e sui social in generale non sempre rispecchia la realtà, e che attraversare periodi di ansie e preoccupazioni va bene lo stesso.
Se stai pensando di trasferirti in Cina e hai domande, scrivile nei commenti o contattami: sarò felice di condividere la mia esperienza.
Buona lettura ✨
Il sogno cinese
Io i conti li ho fatti sempre a settembre. È a settembre che inizia la scuola, le lezioni all’università, la mia stagione preferita, il conto alla rovescia per le vacanze di Natale. Settembre, per me, è sempre stato il primo gennaio: con i buoni propositi e le liste di cose da fare, gli obiettivi e le scadenze. È a settembre che ho iniziato tutti i nuovi lavori in Cina e poi è stato a settembre che ho deciso di licenziarmi.
Un anno fa ho capito che licenziarmi non sarebbe stato un fallimento, ma è stata dura doverlo ammettere a me stessa. E spesso lo è ancora. Alla fine ho vinto sui miei pensieri invasivi e sulle ansie con cui convivo da una vita. È stata una rinascita che ha portato con sé infiniti nuovi dubbi che non conoscevo, tante preoccupazioni, i piantini che mi accompagnano in ogni fase della vita perché, come ogni adulto sa, prima si piange e poi ci occupiamo del resto!
Vivere a Shanghai è stato il mio sogno sin da quando l’ho vista la prima volta. O forse, ripensandoci, in realtà me ne ero già innamorata dai racconti dei miei professori all’università, dalle foto e dalle espressioni sognanti quando parlavano di una Shanghai che io, in realtà, non ho mai conosciuto.
Shanghai l’ho vista nuova. Moderna. L’ho vista cambiare nel bene e nel male. E ho continuato a innamorarmene ogni giorno. Sarà che l’ho idealizzata e desiderata per tanto tempo, ma questi palazzi che infrangono il cielo e riflettono le nuvole, le luci che spezzano la notte e che illuminano un cielo che sembra senza stelle, a me non hanno ancora stancato.
Me lo ha chiesto spesso Zhonghui “ma come hai fatto ad andartene dalla Sicilia?” Quando l’abbiamo visitata, diverse volte ormai. Non lo so. L’ho chiesto spesso anche io ai miei colleghi siciliani, sperando di trovare una risposta che fosse anche la mia. A volte penso che sia stata l’incoscienza della giovane età. La speranza di trovare possibilità che casa mia non riusciva a darmi. La voglia di mettermi in gioco, nonostante a 26 anni fossi una fifona (e lo sono ancora oggi, sia chiaro).
Ma lo rifarei mille volte ancora. Non perché sia stato facile, l’opposto.
Arrivare da sola in un nuovo continente credo sia stata una delle sfide più difficili a livello personale. “Resto un anno”, “faccio questa esperienza e poi torno”, “se mi trovo male mi metto sul primo volo di rientro in italia”. Quante bugie ci raccontiamo, per illuderci di non allontanarci mai troppo dalla nostra comfort zone. Per restare nella zona sicura.
La competizione infinita: il 内卷 nèijuǎn
Io e Shanghai conviviamo da tre anni e come tutte le convivenze non è stata per niente facile. Shanghai è gioia e dolore. Ma non è colpa sua, è che anche lei, come tutte le città cinesi, è dovuta entrare nel meccanismo famoso ai cinesi come 内卷 nèijuǎn.
Involuzione la chiamano. Io la chiamo competizione. È il famoso cane che si morde la coda. È il tuo collega che invece di staccare alle 18:00, esce dall’ufficio alle 18:30. Allora tu, per far vedere che te lo meriti ‘sto lavoro, e che sei più bravo degli altri, il giorno dopo esci dall’ufficio alle 19:00. E così inizia un loop infinito al dipendente piu bravo, allo studente piu studioso, e al responsabile piu meritevole.
È un sistema che invece di svilupparsi verso l’esterno, continua a complicarsi all’interno, senza progresso. È una situazione di competizione esasperata e infinita, dove tutti si impegnano sempre di più ma senza ottenere un vero miglioramento o vantaggio. Anzi, spesso esasperano la situazione e peggiorandola, sia per gli altri che per se stessi.
Io ero finita in questo loop di fare, fare, fare, ma per gli altri. Di dover stare a orari sbagliati e dover tacere. Lavorare 12 ore al giorno durante la settimana e mezza giornata anche il weekend. Dover chiedere il permesso di allontanarmi qualche giorno per evitare il burnout, e ricevere lamentele e richiami. “Ma gli altri lo fanno” è il gaslighting perfetto.
A me però, delle scelte degli altri, non mi importava. “Se gli altri hanno la voglia e la forza di lavorare 12 ore al giorno, perché dovrei farlo anche io?”. Io da questo loop sono voluta uscire, perché mi faceva star male. Tornavo a casa piangendo, sentivo malesseri che non esistevano, avevo ansie che non mi spiegavo.
Recuperare le vacanze nel fine settimana: 调休 tiáoxiū
Oltre a questo meccanismo competitivo, c’è anche un altro aspetto che mi ha sempre lasciata perplessa: il tiáoxiū 调休, il recupero dei giorni festivi. Come funziona? Per compensare lunghi periodi di vacanza, come la settimana della festa della Repubblica, il sabato e la domenica precedenti e successivi vengono spesso indicati come giorni lavorativi. Per esempio, quest’anno i giorni di ferie per la Festa della Repubblica vanno da giorno 1 ottobre a giorno 8, ma domenica 28 settembre e sabato 11 ottobre sono segnati come lavorativi per compensare parzialmente il lungo periodo di riposo.
Ecco, il recupero dei “giorni festivi” infrasettimanali è un aspetto culturale e lavorativo che probabilmente non capirò e a cui non mi abituerò mai.
Allora mi sono licenziata. Esattamente un anno fa, oggi, ho dato le dimissioni e ho dovuto ricominciare da zero.
È stata una scelta incredibilmente difficile. Aver dato tutto per tornare in Cina, per poi ritrovarsi senza nulla in mano. Senza un lavoro, uno stipendio e senza i miei studenti. Pensare di aver fallito, di non essere riuscita a raggiungere l’obiettivo per cui ero tornata.
Ma qual era poi, quest’obiettivo?
Mi sono ritrovata in una città appena uscita dal covid, in cui le opportunità sembravano svanite e dove, per molti aspetti, lo erano e lo sono ancora. Non è stato facile, ma è stato un sollievo.
Il vero significato di 关系 guānxì
L’ultimo anno mi ha ricordata qual era l’obiettivo: in cinese si dice 关系 guānxì. Tra le varie accezioni, indica la rete di conoscenze personali usata per ottenere favori. Insomma gli “agganci giusti”. Il mio obiettivo, però, non erano le conoscenze influenti, ma un altro dei significati di “guanxi”: rapporti, relazioni e legami.
Aver abbandonato un lavoro fisso mi ha destabilizzata sotto mille aspetti, ma mi ha ridato la possibilità di RIcollegarmi a me, agli amici, al tempo gestito come voglio io. Aver abbandonato un lavoro fisso mi ha permesso di concentrare le energie su quello che amo fare, migliorare, formarmi e fermarmi quando voglio. Aver abbandonato un lavoro fisso non mi ha portato via l’ansia e neanche i pianti, ma il ritmo, adesso, lo decido io.

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