Martina Bucolo
Interpretare ~ Connettere ~ Creare

Viaggio tra le ultime donne dai piedi di loto

Ci sono viaggi che non si misurano in chilometri, ma in secoli.

Partiti da Kunming, ci siamo addentrati tra le montagne al confine tra Yunnan e Guizhou, là dove le storie resistono in una linea sottile che divide passato e presente, senza futuro.

In questi villaggi ai margini della vita si trovano le ultime donne con i piedi fasciati. I loro corpi sono segnati da un passato che non vuole essere dimenticato. Quando le ho incontrate, ho avuto la sensazione di attraversare una soglia invisibile, come se ogni piega sotto a quei piccoli piedi raccontasse un’intera epoca. E in quegli sguardi fermi, a volte silenziosi e a volte loquaci, ho visto molto più che dolore: ho visto la forza della memoria, l’orgoglio di essere sopravvissute e poter raccontare una storia che cammina piano, ma non si ferma.

C’è un momento, prima di partire, in cui il desiderio di comprendere diventa più forte della distanza che si deve affrontare nel viaggio. Non è curiosità: è una forma di profondo rispetto per evitare che tutto venga dimenticato. Volevo ascoltare da vicino le voci di donne che hanno attraversato guerre, rivoluzioni, carestie, e che ancora oggi camminano – e non sempre a fatica – su piedi modellati da un senso estetico imposto.

Avevo visto fotografie in bianco e nero, letto cronache e documenti, pensavo di essere pronta all’incontro diretto. Le mani mostrano i segni di una vita in campagna. Si muovono con gesti lenti e ripetuti. Mostrano i piedi con un leggero imbarazzo ma fiere. Un piede che è memoria. I passi minuscoli e pieni di dignità. Il corpo trattiene il passato, anche quando il mondo intorno cambia.

IL VIAGGIO

Il viaggio è iniziato presto, con tre ore e mezza di auto che da Kunming ci hanno condotti sempre più a est, verso il confine con il Guizhou. Lo Yunnan non smette mai di sorprendere: montagne che si rincorrono all’orizzonte, campi coltivati, villaggi che appaiono e scompaiono tra curve strette e tornanti lenti. Duke, il nostro amico autista, mi indica un punto e mi chiede se riconosco quel tipo di coltivazione. Provo a indovinare, ma quello che dico è tutto sbagliato. Scuoto la testa, non ho idea, mi arrendo. Lui mi dice “si vede che sei una di città”. Era grano. Che figuraccia.

Lungo la strada cantieri aperti per la nuova linea dell’alta velocità che collegherà Chongqing a Kunming.

Le stagioni sembrano essere scandite dai tunnel che attraversiamo: si entra nella nebbia e si esce al sole. Un attimo prima nuvole basse sfiorano la strada, e un attimo dopo il cielo si apre in una luce limpida.

DENG

Cina, donne dai piedi di loto
Cina, piedi di loto

La prima donna che incontro porta un cognome importante: Deng. Il nome lo lascerò in silenzio, per rispetto. E’ seduta all’ombra, nella piazzetta del piccolo villaggio di case, su uno dei vecchi divani messi fuori, insieme ai vicini. Ha 93 anni. Ci accoglie con un sorriso, rifiutando, come impone la sua cultura, i doni che le abbiamo portato. Accanto a lei si siede Duke, il nostro autista, l’unico capace di fare da ponte tra il mio mandarino e il dialetto locale. Lei si scusa subito: “Non parlo cinese standard” dice, e poi aggiunge che non sente bene. Ha appena tolto una fasciatura blu cobalto che le fascia la testa, forse per alleggerirsi, ma qualcuno corre subito a rimettergliela, temendo che prenda freddo. Ci parla dei suoi pasti, tutti morbidi perché “senza denti è difficile masticare”, dice con un sorriso accennato.

Deng non è una donna loquace. Ma le sue pause dicono tanto quanto le parole. A un certo punto, quasi con pudore, dice che si vergogna, che non è mai stata bella. Lo sussurra come si dice una verità semplice, imparata molto tempo fa. Forse la bellezza, per lei, è sempre stata qualcosa che gli altri guardavano nei suoi piedi, mai nel suo volto.

LANLAN

donna dai piedi di loto e nipote
piedi di loto
donna dai piedi di loto

Jinlan la trovo seduta sulla soglia di casa, su una sedia intrecciata di bambù, con lo sguardo rivolto verso la strada come chi aspetta qualcuno. Quando ci vede arrivare sorride subito, un sorriso che le illumina gli occhi. È commossa, dice, perché i suoi figli non vengono spesso a trovarla. Ha voglia di parlare, di raccontarsi, ma anche di capire perché degli stranieri abbiano fatto tanta strada per incontrarla. «Non ho niente di speciale», ci dice e senza aspettare un attimo di più ordina al nipote di prendere frutta e semi – le sue cose preferite – come se volesse offrirci qualcosa di sé, oltre le parole.

Ordina al nipote di prendere altri sgabelli da dentro, e mentre lo fa, intravedo nella penombra della stanza alcune fotografie del presidente Xi Jinping e di Mao, rovinate dal tempo ma appese con cura. In quella casa si respira una storia stratificata, fatta di memoria personale e propaganda nazionale, di gesti quotidiani e tracce di potere che si mischiano in mille contraddizioni, di cui non chiederò spiegazioni.

Il nipote le chiede se può toglierle le scarpe per mostrarci i piedi. Jinlan tentenna, imbarazzata: teme che possano avere un cattivo odore. Ma poi annuisce, quasi con orgoglio. Per lei non è solo un racconto: è una testimonianza fisica, viva. Ci racconta che a fasciarle i piedi, a sei anni, fu la sorella maggiore. Le disse che nessuno l’avrebbe mai sposata se non lo avesse fatto. E così accettò.

Ricorda il dolore, ma non tanto quello della fasciatura, quanto le conseguenze di quel gesto. La pratica venne abolita nel 1911 ma i piedi erano ormai deformati e rimasero così per tutta la vita. Ci parla delle sue sofferenze, della carestia che avvenne subito dopo la politica del Grande Balzo in Avanti, quando lei, come altre, fu costretta a zappare la terra per avere diritto a razioni minime di cibo, in un periodo in cui il cibo scarseggiava e camminare era una sofferenza. Un’umiliazione. La carestia colpì duramente il villaggio. Si sopravviveva con quel che si trovava: bucce di patate, radici, a volte niente.

Una verità che Jinlan ha deciso di non nascondere, ma di condividere. Perché, forse, quel che ci ha offerto, più della frutta o dei semi, è stato il coraggio di mostrare ciò che resta della sua storia.

SHUNJIE

piedi di loto
donna dai piedi di loto

Il suo nome è la sua condanna: figlia obbediente. Anche se Shunjie, 103 anni, sembra tutto tranne una che sta alle regole. Almeno, il suo corpo e la sua mente hanno deciso di non seguire quelle dell’invecchiamento, non ci stanno. Nonostante i suoi piedi minuscoli e l’età, Shunjie è lucidissima e in forma. La trovo piegata su alcuni cavoli che deve finire di raccogliere, poggiata al retro di un camion che probabilmente il giorno dopo verrà guidato fino al mercato della città. Si occupa di tutto lei: raccoglie i tuberi, li pela e li essicca. Pianta verdure, prepara il tè e soprattutto sorride sempre. Ha una risata contagiosa. Dice che non è mai stata a Kunming. Anzi, che non è mai uscita da questo villaggio. Mi chiedo come sia possibile, siamo solo a 3 ore di strada dalla città. Mai un ospedale visitato, mai il controllo di un medico. E’ in perfetta salute. Chiacchieriamo tanto, e anche lei ci dice che, dalla carestia, è abituata a non mangiare molto. Tutto le sembra eccessivo, ha bisogno di poco per andare avanti. Le piacciono le patate però, sopratttutto perché stufate sono morbidissime e lei di denti non ne ha proprio più. Non si nasconde e non se ne vergogna. Shunjie non ha bisogno di approvazione, lei sa chi è e quanto vale.

Conosco bene la curiosità dei cinesi nel vedere degli stranieri, quindi le chiedo “Com’è incontrare degli stranieri per la prima volta?” la sua risposta mi spiazza: “Niente di speciale direi…siamo tutti una famiglia” sono basita. Ha ragione. Scherziamo un po’ sulle nostre abitudini italiani del bere il caffè, che lei non ha mai assaggiato, e poi giochiamo a indovinare le età: lei le indovina tutte, mi sa che ci vede ancora bene!

Alla parete ci sono foto di gente importante per il suo Paese: presidenti presenti e passati, militari coraggiosi e una targa al figlio, militare anche lui. Poggiati sui mobili, in secondo piano, le foto di lei e il marito (ormai scomparso).
Sulla soglia di casa, fiera di stare in piedi solo reggendosi allo stipite della porta, mi saluta con la mano e con il suo sorriso perenne: “Ci vediamo la prossima volta”.

Ciao Shunjie, 下次见 xià cì jiàn

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