Di Jingdezhen non avevo mai sentito parlare durante gli anni di università. Eppure ha una così grande e radicata importanza storica che sembra quasi impossibile essersela persa. Jingdezhen è la capitale della porcellana, nonostante sia una cittadina relativamente piccola (almeno rispetto alle solite metropoli cinesi). Qui però “piccola” significa comunque un milione di abitanti.
Ha un aeroporto e due stazioni del treno, ma niente metro. Le bici sono tutte elettriche, i taxi funzionano bene e sono anche più convenienti che nelle altre città e in più ci sono tantissimi negozi dove è possibile affittare un motorino elettrico. È proprio questa dimensione a metà strada tra città viva e piccolo villaggio che la rende perfetta per un weekend lungo. Due notti bastano per tornare a casa avendo attraversato non solo la storia della ceramica, ma aver approfondito anche come un oggetto può diventare lingua, identità e commercio.
Jingdezhen si trova nella provincia cinese dello Jiangxi ed è stata per secoli il cuore della produzione ceramica cinese. Qui la storia non sta solo nei musei. La trovi per strada, nelle piazze piene di bancarelle, nei laboratori in bella vista sulle vie principali e nelle mani degli artigiani che continui a incontrare, anche quando non li stai cercando.




Street China: pezzi unici
Siamo abituati all’idea asiatica (e anche molto cinese) di street food. A Jingdezhen invece mi ha colpita una cosa diversa: la quantità di bancarelle per strada che non vendono cibo ma oggetti. Sono bancarelle di artigianato e vintage. Un mercato continuo che cambia faccia a seconda del quartiere e dell’orario. La ceramica è ovunque attorno a te, ma non ti stanca mai. Non è una vetrina ripetitiva. Anzi: non trovi mai un doppione. Ogni banco espone servizi, tazze, piatti, teiere, piccoli oggetti completamente diversi gli uni dagli altri. C’è una varietà incredibile. A volte sembra di fare una passeggiata dentro il gusto delle persone, nella loro vita privata, nei concetti di bello, raffinato ed elegante.
Jingdezhen è una città dove l’atto di fare e vendere oggetti è normale quanto andare al bar a prendere un caffè. È un’azione quotidiana che accompagna i cinesi, anche se di servizi da tè a casa ne hai già 67.
Qui l’atto creativo è un’esperienza quotidiana, non l’eccezione.
Jingdezhen e la storia della porcellana
La produzione ceramica in Cina risale al 600 d.C. e Jingdezhen diventa un centro fondamentale soprattutto durante la dinastia Tang (618-907) in cui la produzione si raffina, si specializza e si connette alle rotte commerciali. Jingdezhen crea porcellane eleganti e raffinate e fa anche da rete tra corti, porti, mercanti e collezionisti. Mi piace pensare che il suo ruolo sia stato quello di contenitore. Contenitore fisico, perché qui nascono oggetti di uso comune e oggetti di lusso. E contenitore culturale, perché dentro quelle forme si sono depositate estetiche, gusti e scambi tra mondi diversi.



“China” significa anche porcellana. Come ci siamo arrivati?
A Jingdezhen mi è tornata in mente una curiosita linguistica: in inglese china ha anche il significato di porcellana. E questa cosa, da sola, racconta quanto la porcellana cinese fosse riconoscibile, desiderata ed esportata. Tanto da trasformare il nome del Paese in un modo per dire l’oggetto. Se un tempo l’idea di “china” (intesa come paese e come porcellana) era sinonimo di raffinatezza, com’è possibile che oggi “Made in China” venga usato spesso come sinonimo di scarsa qualità?
In Europa la porcellana cinese è stata per secoli un bene di lusso, collezionato, imitato e desiderato da sovrani e re. Quando la manifattura diventa industriale e la Cina diventa l’hub produttivo di tantissime categorie di beni, l’etichetta “Made in China” si sposta, nell’immaginario comune, da simobolo di “lusso” al simbolo di “produzione di massa” quindi “bassa qualità”. A quel punto, l’etichetta “Made in China” smette di descrivere un’origine e inizia a portarsi dietro un pregiudizio. Che è anche comodo, perché semplifica una realtà molto più complessa.
E se Jingdezhen fosse l’antidoto perfetto a questo stereotipo? Jingdezhen ti mette davanti una Cina fatta di artigianato, unicità e ricerca estetica. Ti costringe a separare “Cina” da “produzione di massa”.




Le Cinque Grandi Fornaci 五大名窯
Tra le forme più celebrate e ricercate della ceramica antica ci sono le cosiddette 五大名窯, le Cinque Grandi Fornaci della dinastia Song. Sono un universo a parte. Anche solo conoscerne i nomi ti aiuta a leggere meglio certe scelte estetiche che ritornano ancora oggi.
汝窑 (Ru Yao). Smalto azzurro tenue, elegante. Una delle più rare e anche la più costosa.
官窑 (Guan Yao). Ceramica ufficiale, legata alla corte, con rete di crepe nello smalto.
哥窑 (Ge Yao). Craquelure decorativo e sofisticato.
钧窑 (Jun Yao). Effetti di colore imprevedibili dovuti al forno. Ogni pezzo unico.
定窑 (Ding Yao). Bianco puro, sottile, raffinato.
Ogni forma, smalto e imperfezione racconta una storia di tecnica, cultura e scambi tra popoli.
La porcellana qui non è solo un oggetto, è un linguaggio. E che in questa citta lo parlano in tantissimi, ognuno con un accento diverso. Jingdezhen non è una tappa di passaggio da inserire qualche ora prima del prossimo treno. È una citta che va osservata lentamente, proprio come si osserva una tazzina sottile tenendola in controluce per assaporarne pregi e difetti.

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